FAMIGLIA - Il distacco e l'unione

 

A. Il distacco: “Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre…” (Genesi 2:24)

Per creare una nuova famiglia occorre staccarsi dal nucleo al quale si appartiene per nascita. Nel regno animale la “legge del distacco” è applicata naturalmente, senza difficoltà, mentre non è sempre così per gli uomini. Per una coppia l’incapacità di staccarsi “emotivamente e psicologicamente” dalla famiglia d’origine potrebbe essere causa di tanti problemi matrimoniali, fino a determinare in certi casi anche la fine della coppia stessa.

 

 

a. Che tipo di distacco? Il distacco del quale si parla non è la rottura di ogni legame con la famiglia d’origine. La separazione non va intesa neppure in termini geografici, sebbene in certi casi questa sia un’eventualità da prendere in considerazione. Lasciare i propri genitori significa soprattutto sostituire al rapporto genitori-figli il rapporto marito-moglie!

Dopo il matrimonio marito e moglie non dipendono più dai genitori ma si assumono in proprio la responsabilità di un nuovo nucleo familiare. I genitori, dal canto loro, non dovrebbero pretendere di imporre ai figli sposati il proprio pensiero o stile di vita,  bensì limitarsi a consigliarli, lasciando alla nuova famiglia la massima libertà di decisione e di azione.

In qualche caso esiste una certa dipendenza economica della coppia dalle famiglie d'origine, un fattore che potrebbe costituire un freno nell'assunzione delle proprie responsabilità.

 

b. Il quinto comandamento (Esodo 20:12). Come si può conciliare quanto s’è detto con il comandamento che chiede di onorare padre e madre? Non c’è contraddizione. Se una coppia cristiana riesce a trovare una sua identità e impara ad assumersi le proprie responsabilità saprà onorare i genitori. Lo farà non perché dipende da loro (magari per timore di non riceverne l’aiuto o l'eredità!), ma come atto d’amore deliberato e consapevole.

In una coppia unita e responsabile un genitore bisognoso potrà aggiungersi tranquillamente al resto della famiglia, perché il pericolo che finisca per intromettersi nell’autonomia della coppia, creando inevitabili tensioni, è ridotto al minimo.

 

 

B. L’unione: “…e si unirà a sua moglie” (Genesi 2:24)

 

Dopo il distacco c’è l’unione. La nuova famiglia dovrà affrontare subito il capitolo importante dell'integrazione dei due "mondi" di provenienza, quello del marito e quello della moglie. Quando due persone scelgono di vivere insieme, infatti, s’incontrano anche i sistemi di vita dai quali provengono, con tanto di abitudini e di regole.

 

a. L’integrazione di due mondi: unirsi significa costituire un nuovo nucleo familiare con abitudini e regole scelte dalla coppia e adatte alla nuova realtà che si va formando. Per prevenire pericolose tensioni è bene che ognuno, sin dall’inizio, s’impegni a non cercare di conformare il matrimonio soltanto al proprio mondo di provenienza. Certo non si può, né si deve, evitare di attingere dalla propria formazione, ma è bene imparare a tener conto del bagaglio dell’altro, a confrontarsi sempre con il coniuge e il suo mondo. “…osserva i precetti di tuo padre, e non trascurare gli insegnamenti di tua madre” (Proverbi 6:20) è un consiglio bivalente.

Certo non è facile valutare in modo obiettivo il mondo dal quale si proviene, perché generalmente si tende ad idealizzarlo, però è uno sforzo che, se compiuto, sarà ampiamente ricompensato.

 

b. Imparare a comunicare: per realizzare una buona “unione” è necessario imparare a comunicare. Se tra marito e moglie questo manca o si riduce o diviene superficiale, la famiglia ne avrà un danno.

La comunicazione può avvenire in molti modi: uno sguardo, un gesto, il contatto fisico, ma non sempre questo è sufficiente perché l'altro capisca, non è scontato che l’uno comprenda al volo l'altro, bisogna "imparare a comunicare". La forma di comunicazione privilegiata deve essere quella verbale.

Naturalmente, per comunicare è importante avere anche la capacità di ascoltare. Spesso si trova chi è disposto a dire la sua ma non ad ascoltare quello che dice l'altro. Se non impariamo ad ascoltare con attenzione correremo il rischio di fraintendere l’altro.

 

c. Un’unione pubblica: ogni società, anche la più primitiva, ha una sua cerimonia nuziale, che varia ma è sempre presente, ed è pubblica. Il matrimonio celebrato pubblicamente non è una semplice tradizione o un’inutile convenzione, ha una funzione sociale: rendere nota alla società l’unione di un uomo e una donna che hanno deciso di formare una nuova famiglia. Gesù non disdegnò di partecipare ad una cerimonia di nozze (Giovanni 2:1-11).

Sempre più spesso nella nostra società le coppie scelgono la convivenza come alternativa al matrimonio. Secondo recenti dati ISTAT, in Italia esistono circa 500.000 coppie di fatto, una stima probabilmente al ribasso. L'Italia è tuttavia il paese europeo nel quale il fenomeno è meno diffuso, anche se nelle regioni del centro-nord si è più vicini ai livelli europei.

I sostenitori della convivenza affermano che questa condizione garantisce alla coppia la possibilità di troncare il rapporto in qualsiasi momento senza particolari conseguenze. Nella realtà però non è mai così. Qui ci limiteremo a dire che decidere di non assumere impegni familiari definitivi significa scegliere di vivere nella “precarietà affettiva e sociale”. La convivenza, in genere, è scelta da persone che non vogliono assumersi le legittime responsabilità della vita, magari anche perché hanno alle spalle brutte esperienze che temono di ripetere. Viceversa, quando un uomo e una donna promettono solennemente di divenire una sola carne, creano un legame forte, più difficile da spezzare. Costruire un rapporto esclusivamente su sentimenti come simpatia, attrazione, talvolta anche mera convenienza, non garantisce la stabilità di un’unione.

La Bibbia ci esorta ad avere un concetto elevato del matrimonio - “Il matrimonio sia tenuto in onore da tutti…” (Ebrei 13:4) - e considera “fornicazione” la convivenza di un uomo e una donna al di fuori del matrimonio (1 Corinzi 6:18; 1 Tessalonicesi 4:3-5). Gesù, in occasione dell’incontro con la Samaritana, la rimproverò apertamente dicendole; “…quello che hai ora, non è tuo marito…” (Giovanni 4:18).

 

La Parola di Dio non considera l’unione di un uomo e di una donna alla stregua di una convenzione sociale la cui durata è condizionata dal verificarsi di condizioni più o meno favorevoli. Il patto matrimoniale non è il prodotto del costume sociale, né una decisione della coppia, ma un istituto ordinato sin dalla creazione.

  

 

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